Come comportarsi di fronte all’invasione degli immigranti?

Le poche decine di persone, comprese quelle poche che hanno voluto testimoniare la storica presenza locale della comunità italiana in Istria, e che si sono raccolte a ridosso della rete di filo spinato che vorrebbe dividere il territorio istriano lungo la linea confinaria del Dragogna, certamente non rappresentano il territorio istriano, né dal punto di vista dell’unitarietà territoriale, e, ancor meno, dal punto di vista della sua unitarietà nazionale.

Caratteristiche che si sono definitivamente disgregate a partire dal 1945, dal 1947, dal 1954 e durante il mezzo secolo di potere comunista, dando vita a ben distinte formazioni 31culturali, politiche, nazionali, statali, secondo le indicazioni delle due formazioni ideologiche prevalenti durante tutto il periodo postbellico: il Partito Comunista Sloveno e il Partito Comunista Croato, che con la loro azione hanno impedito la formazione di una qualsiasi memoria collettiva della popolazione residente, e ancor meno la possibilità di dar vita ad una memoria storica condivisa. E, soprattutto, hanno impedito il coagularsi di quegli elementi che con il tempo avrebbero potuto riconoscersi nella comune memoria storica collettiva, anche se non sempre condivisa,

Eppure, conoscere e capire sono un presupposto essenziale perché quei fatti e quelle vicende non restino lì, come un cancro segreto, a segnare una profonda, sotterranea ferita nella vita e nei rapporti di queste terre di confine e, in particolare, nelle condizioni in cui vennero a trovarsi con il potere popolare tutti gli italiani che decisero di rimanere.

Nell’affrontare il nostro racconto, pur fortemente manchevole, indubbiamente parziale e per niente obiettivo, ho voluto mettere in chiaro subito almeno alcuni elementi fondamentali. Primo fra tutti, che siamo tutti cittadini europei, in egual misura come, oggi, siamo cittadini sloveni – o croati – e italiani, per cui le nostre riflessioni partono da un dato di fatto: senza sentirci in obbligo di dovere delle scuse per qualche evento sul quale altri erroneamente credono di avere delle priorità per rivendicarne la verità storica (secondo loro, la verità degli ultimi 60 – 70 anni). Per rivendicare un tentativo di legittimazione di una discutibile e impossibile memoria condivisa. Da sei decenni l’Istria è territorio sloveno o croato, conquistato durante il secondo conflitto mondiale e riconosciuto a livello internazionale. Molti di noi hanno contribuito alla crescita sociale ed economica di questo territorio, senza porsi il problema della sua appartenenza statale, né di come è stata realizzata. Al suo sviluppo abbiamo contribuito direttamente anche con la nostra diretta e convinta partecipazione, a partire dall’edificazione socialista, nella quale molti credevano sinceramente (non conoscevano e non riconoscevano altri modelli, che non fossero antagonisti o legati all’esecrato modello capitalista).

Una convinzione della stragrande maggioranza della popolazione italiana rimasta all’indomani dell’esodo che si espresse anche nel voto quasi unanime durante il plebiscito per l’indipendenza.

Nella generale euforia ideologica, comunque, per giovani della nostra età, era difficile comprendere e spiegare il perché non si dovessero sottolineare le parole di Dante quando ribadiva che il Carnaro racchiude i confini dell’Italia. Un sentimento di profondo fastidio ci accomunava al sentire che il territorio che stavamo legando a Dante poteva suscitare anche un sentimento di insofferenza che riguardava un territorio che qualcuno, secoli prima, aveva definito, territorio italiano.

E, pur nel rispetto delle comunità con la quale siamo convissuti per oltre mezzo secolo, difficilmente sopportavamo l’aria di sopraffazione, di arroganza, spesso anche di disprezzo, che gli appartenenti alle altre comunità jugoslave, nutrivano nei confronti di tutto quanto era italiano, in tutte le occasioni, anche senza averne un motivo valido.

Era evidente, ma lo scoprimmo alcuni anni più tardi, si trattava di un atteggiamento di ostentato senso di sopravvalutazione che aveva le sue origini addirittura alcuni decenni prima ed aveva caratterizzato tutto il periodo dei rapporti jugoslavo – italiani, di tutto l’anteguerra e, per buona parte, anche del dopoguerra, un sentimento di sottovalutazione nei confronti degli italiani, definiti con disprezzo “lahi”, quasi si trattasse di una comunità di importanza e valore morale inferiore a quello degli sloveni o degli jugoslavi. Un atteggiamento che, regolarmente riscontravamo anche presso gli appartenenti alla Comunità slovena del Friuli-Venezia Giulia.

Oggi, mentre stiamo assistendo alla creazione di muri di filo spinato in Istria, ci siamo chiedendo se non si tratta di scene che abbiamo già avuto modo di vedere e conoscere nei decenni precedenti: muri non realizzati con il filo spinato, ma con la presenza di soldati e armi che rendevano il confine ancora più invalicabile. Per cui, la domanda che ci poniamo è rivolta ai capi di governo, a quello Sloveno in particolare: Noi, di fronte al pericolo di un’invasione di migliaia di immigranti asiatici, come ci comporteremmo? Non ho delle grosse difficoltà ad ammettere che, molto probabilmente, farei quanto sta facendo il presidente Cerar: impedire con ogni mezzo il flusso continuo dei nuovi arrivati, dei quali non sappiamo niente, ma che, senza tirar in campo sensi di fasulla responsabilità, non riescono a smorzare le mie antiche paure, di persona che da una vita è vissuta a ridosso di una difficile frontiera.

Silvano Sau

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