Insegnamento della lingua italiana: dove stanno i problemi?

   / di Daniela Paliaga /   

Su iniziativa della CAN costiera e dell’Istituto per l’istruzione di Capodistria si è tenuto nei giorni scorsi a Capodistria un Convegno sull’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano nelle scuole di ogni grado del Litorale sloveno. Presenti tante autorità, responsabili di numerose istituzioni che si occupano dell’argomento, presidi e anche un certo numero di insegnanti.

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In apertura si è parlato della storia di questo insegnamento diventato obbligatorio per le scuole slovene nel 1959, di programmi didattici, delle loro finalità. Hanno fatto seguito le presentazioni di esperienze concrete, cosiddette “buone pratiche”. La scuola elementare slovena di Crevatini ha raccontato la sua esperienza interessante di scambi con la locale CI spendendo pochi soldi, coinvolgendo molte persone, aprendosi alla comunità italiana. È stata la volta poi della più grande scuola elementare di Capodistria, che nonostante gli sforzi è scontenta dei risultati, e sono scontenti soprattutto i genitori. Le due scuole elementari di Isola, una slovena e l’altra italiana hanno illustrato le proprie esperienze, i due ginnasi italiani, il Centro professionale e medio di Isola, e naturalmente l’Università del Litorale e la Facoltà di umanistica hanno illustrato i progetti svolti e quelli in corso. Per ultimi sono venuti i programmi e l’offerta della biblioteca Srečko Vilhar.

Il comune denominatore però è stato, ad eccezione di quello della scuola di Crevatini, un generale malcontento rispetto i risultati. La diagnosi puntuale si è focalizzata su: le ore invece di essere tre come quelle di sloveno per le scuole italiane sono due, i programmi didattici e anche i libri di testo vengono considerati non adeguati, si fanno scambi fra allievi, ospiti ora in una scuola ora nell’altra, dove ognuno parla rigorosamente la propria lingua (vecchia definizione di bilinguismo che naturalmente mette in corner subito il più debole), si dedica una pagina del giornalino scolastico anche all’italiano, eppure i risultati non ci sono. Un preside ha anche chiesto con forza dal microfono alla comunità nazionale italiana, di aprirsi, di aiutare nell’aggiornamento dei loro insegnanti, di offrire la partecipazione ai seminari riservati alle scuole italiane, di fornire materiali didattici…(!)

Interessante pure il fatto che i genitori, memori del loro apprendimento della lingua grazie alla TV italiana, ai cartoni animati (non alla scuola), vorrebbero che i loro figli la imparassero, e manifestano il proprio disappunto anche a viva voce durante le varie riunioni scolastiche, offrendo un pagamento alla scuola, pur di ottenere un risultato.

Che fare dunque? Le autorità presenti durante la prima parte, quella dei saluti, non hanno sentito e seguito l’analisi della situazione della seconda parte. Il Ministero afferma che la nostra lingua non è lingua straniera sul territorio mistilingue e quindi desidera rendere diversa la sua posizione e il suo ruolo. Tante promesse da una parte e grandi speranze dall’altra?

Ma la domanda che si pone da sola è “perché i ragazzi delle scuole non sentono questa lingua come un valore? Perché non nasce in loro una sana motivazione che li porta ad imparare questa lingua, la quarta lingua straniera più studiata mondo?”

Forse che i motivi di questa disaffezione sono altrove? Forse altri potrebbero fare ora quello che pur essendo garantito nel passato non è stato ancora realizzato? Forse che per ogni scritta, per ogni avviso, per ogni pannello, manifesto bilingue non servirà più condurre battaglie infinite? Forse che la cultura di queste città, la loro storia millenaria diventeranno argomento di studio? Forse che la stampa della maggioranza informerà anche sui fatti della comunità italiana? Forse che la minoranza sarà veramente un valore per i media sloveni e per le autorità comunali? E se una volta tanto invece di chiedere alla minoranza di aprirsi si cercasse di cambiare il rapporto con la lingua italiana e con l’omonima materia d’insegnamento? E se si partisse da noi/loro stessi e si cercassero le soluzioni? Ci sono così tante risorse dentro e intorno a noi. Però bisogna uscire dagli schemi, assumersi le proprie responsabilità, tirarsi su le maniche e darsi da fare. Secondo me i problemi dell’apprendimento e di un insegnamento qualitativo dell’italiano non sono fuori ma dentro chi deve risolverli.

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