Leggo sul Piccolo di Trieste del 28 gennaio scorso un articolo sull' aumento delle iscrizioni nelle scuole di lingua slovena in Italia. Anche i bambini e i ragazzi di famiglie completamente italiane o di lingua serba, o romena, brasiliani e altri ancora di ogni parte del mondo residenti a Trieste, si iscrivono alle istituzioni slovene a Trieste e nel territorio.
É solo un trend? La minoranza slovena è divisa, forse un pò spaesata di fronte a questo cambiamento della sua popolazione scolastica. Nei corridoi e fra di loro i ragazzi parlano prevalentemente italiano. Qualche politico minoritario sloveno consiglia di insegnare lo sloveno nelle scuole italiane, piuttosto. Si teme che l' insegnamento subirà dei cambiamenti, anche negli approcci e probabilmente nei contenuti. Si teme, lo si legge fra le righe, che sarà difficile continuare a costruire identità slovena nei giovani della minoranza o comunque vicini a questa, proprio perchè la composizione delle classi costringerà i docenti e gli educatori a tenere conto di tutti i presenti…sempiterno problema nelle scuole che decidono di aprire le proprie porte alla maggioranza o meglio a tutti coloro che le scelgono. Si accolgono naturalmente i figli dei matrimoni misti che prendono questa importante decisione ( da noi succede che sono in minoranza quei matrimoni misti che hanno i figli alla scuola minoritaria).E’ una società in veloce evoluzione e non ci sono forze sufficienti per resistere alle sfide che il mondo globalizzato pone e i pochi mezzi finanziari del Ministero contribuiscono a rendere più difficili.
A Trieste le giovani famiglie monoetniche, sempre più numerose quelle italiane, decidono di far apprendere ai propri figli la lingua dell’altro, forse perchè l’altro non è più il babau di una volta, perchè con la Slovenia si è diventati vicini di casa, o perchè nella storia dei parenti c’è stato anche un membro, un parente della minoranza. I politici, gli esperti sloveni della minoranza chiamano questo rientro in seconda (o più) generazione: de-assimilazione.
Qualcosa del genere è successo diversi anni fa anche nelle nostre scuole. Immediatamente dopo i primi anni Novanta abbiamo registrato un incremento di iscrizioni. Molti erano veramente dei rientri, quindi processi di de-assimilazione, già all’asilo o addirittura più tardi, alle medie superiori.
In questi ultimi anni invece mi sembra di registrare nuovamente il trend contrario. Ragazzi che hanno frequentato la scuola italiana, scelgono per i propri figli, dopo l’asilo ( che spesso in questo caso diventa scelta di comodo), la scuola elementare di lingua slovena. Mi chiedo perchè, cerco di capire. Chiedo anche ai colleghi, chiedo ai giovani genitori, cerco di registrare a livello sociale se ci sono pressioni evidenti nel cosidetto “ambiente sociale”, se continua ad essere presente il subdolo nazionalismo strisciante che ha accompagnato la mia infanzia e la mia gioventù sotto la maschera della fratellanza. Eppure questi giovani uomini e donne, cresciuti ed educati in una scuola che del plurilinguismo e della multicultura ha fatto la sua bandiera, che li ha portati a conoscere l’ Italia e il suo patrimonio artistico e culturale , che ha donato loro bellissimi libri italiani, che ha avuto prima delle altre scuole mezzi didattici moderni e all’avanguardia, che li ha accompagnati a scoprire l’Istria, forse anche quella dei loro nonni, che ha insegnato con i guanti di velluto l’identità italiana ed ha rispettato sempre tutte le origini diverse e le diverse lingue madri (o prime lingue come ci piaceva chimarle indicando l’italiano come la lingua della scuola), scelgono invece una sola forte identità, una sola forte connotazione, al di là e diversamente dalla loro formazione. Per conto loro continuerano ad ascoltare musica italiana, a guardare la TV italiana ogni tanto, a parlarmi in italiano quando mi incontrano ( perchè in quel momento per una frazione di secondo ritornano a scuola), andranno forse fino a Venezia o a Firenze per vedere una mostra , (anche questa un’abitudine acquisita a scuola, e quindi quasi come nostalgia giovanile), ma non scelgono la medesima strada per i loro figli. Chissà perchè?
Forse una risposta la avrei: non sarà che pur non essendo italiani, ma soltanto allievi della scuola italiana, sono stati spesso etichettati, offesi, considerati diversi dagli sloveni della scuola maggioritaria, e ciò dai loro stessi colleghi, amici di discoteca, di bar, di spiaggia...? per cui anche nelle nostre scuole si è e si continua a parlare sloveno nei corridoi e fuori scuola? Ansia di integrazione quindi, in una società poco tollerante, per non essere “cefuri”?
Che senso ha dunque questa incredibile occasione di avere la possibilità di frequentare sul nostro territorio una scuola aperta, plurilinguistica, multiculturale e soprattutto libera, tollerante e laica se poi si viene socialmente penalizzati ? A chi servono tanta fatica, tante idee, tanti ideali ?
Daniela Paliaga