Qualità della lingua italiana: forse serve una riflessione!

/ di Daniela Paliaga /    In questa occasione mi soffermerò su un argomento piuttosto arduo da affrontare: la qualità, il livello della lingua italiana nelle varie pubblicazioni e traduzioni. Questo tema è difficile perché troppe sono le istituzioni che, secondo me, vengono coinvolte e ne condividono la responsabilità, difficile perché la politica ha in questo ambito grandi responsabilità. Cercherò pertanto in modo didattico di presentare il mio punto di vista. Invito sin d’ora ad altri interventi e contributi in risposta al mio.

Come primo voglio evidenziare che avere concluso la scolarizzazione in lingua italiana (dalla scuola di base alle medie), o soltanto una sua parte, o avere conseguito un diploma in lingua italiana presso una delle nostre università, (qualche volta il risultato è quasi uguale anche dopo una laurea italiana), spesso non bastano per garantire un buon livello lessicale e l‘assenza di errori nello scritto. Secondo: in questa generale mancanza di lavoro molti, soprattutto giovani, si improvvisano autori e/o traduttori per giornali locali, pubblicati da varie istituzioni, dalle amministrazioni pubbliche, da agenzie turistiche o da ditte, alberghi, negozi, e non ultimo anche dalle medesime scuole senza troppa attenzione alla lingua (italiana) e alla sua qualità. Qualche volta non ci si rende conto di quanto poco si sappia e di quanto poco comprensibili siano poi i testi… In generale per questi nella copertina interna delle pubblicazioni non si trova il nome di chi ha fatto una rilettura, una revisione della lingua italiana. Per la lingua slovena manca solo raramente. Eppure qui tutto parla sloveno ed è scontato che lo si conosca alla perfezione. Terzo: la situazione linguistica per noi italiani e italofoni, è molto diversa. Nel nostro quotidiano siamo totalmente esposti all’interferenza della lingua predominante (slovena e /o croata), abbiamo pochi modelli di lingua italiana sicuri e affidabili durante la nostra formazione. Una volta c’era fame di stampa italiana, la compravamo ogni volta che si andava a comprare il caffè a Trieste: Grazia, l’Espresso, Panorama, La Stampa… Oggi troviamo tutti i prodotti, i medesimi, nel negozio presso casa, anche le riviste, ma in sloveno. È finita la fame delle letture in italiano ? Quarto: va precisato che non tutti impariamo allo stesso modo. Abbiamo un centro per le lingue, nel nostro cervello, che non è identico per tutti. Per cui chi impara di più e chi non impara mai e chi fa invece molta fatica a correggere i propri errori. Del resto chi scrive, nonostante un titolo di studio adeguato e molta esperienza, sa benissimo quanto sia difficile scrivere in un buon italiano e sa quanto sia necessario consultare fonti diverse e …perché no, chiedere la supervisione di qualche collega formatosi completamente in Italia. Spesso i testi e gli articoli della nostra carta stampata, la lingua usata dai mezzi di informazione radio e TV, le relazioni, i commenti, le traduzioni a scopo informativo e turistico sono veramente un bell’esempio di come l’ambiente in cui viviamo ci abbia condizionati fino a farci pensare con una diversa struttura linguistica, a tradurre passo passo il nostro quotidiano dallo sloveno, o dal dialetto (che comporta meno errori strutturali) alla lingua italiana standard. L’isolamento dalla nazione d’origine prima e il depauperamento costante e inarrestabile poi, dovuto al diverso sistema sociale e politico in cui abbiamo vissuto, il bilinguismo a singhiozzo, povero e limitato, hanno favorito una drammatica riduzione del nostro lessico e la perdita di strutture grammaticali complesse che sono la ricchezza della nostra lingua, la testimonianza della sua lunga evoluzione storica e del suo invidiabile patrimonio culturale. In altre parole da ricchi siamo diventati poveri. Abbiamo perduto l’orecchio italiano, abbiamo accettato una nuova realtà linguistica che ci ha cambiati e allontanati ulteriormente dalla fonte viva e dinamica della lingua. Costretti da condizioni naturali di evoluzione sociale, per forza di cose abbiamo inventato nuovi termini per tradurre quelli del nuovo linguaggio politico, del suo sistema burocratico, amministrativo, ecc. E siamo andati ancora più lontano dalla nostra “matrice nazionale”, come piace definirla a qualcuno dei nostri più noti connazionali.

Eppure la lingua si impara oltre che a casa a scuola. Quest’ultimo è il luogo deputato al suo insegnamento e garanzia della sua correttezza e ricchezza. Si impara pure con la sua presenza visiva nel nostro quotidiano. Tabelle, iscrizioni, moduli, certificati, dichiarazioni, inviti, quando sono bilingui, sono e soprattutto sono stati di una qualità inferiore rispetto a quelli della maggioranza. Qualche volta sembra(va)no traduzioni fatte con Google, che significa che mi leggo il testo sloveno per capire cosa e come rispondere in italiano. Non sono certo un modello adeguato soprattutto per i più giovani. Loro imparano da quello che vedono e consolidano gli errori. Certo è che la maggioranza e la sua scuola potrebbero fare parecchio, se lo volessero. E qui entra in ballo la politica. Infatti la qualità dell’italiano negli allievi congedati dopo la scuola di base slovena o dopo una scuola superiore slovena delle nostre città costiere lascia molto a desiderare. Anzi, ci sarebbe da dire anche che il rapporto delle dirigenze scolastiche slovene fa pensare che questa lingua sia la cenerentola delle altre lingue insegnate. A questa disciplina sono state tolte ore di insegnamento per favorire materie professionali o caratterizzanti la scuola e l’indirizzo di studio, per non “penalizzare” i propri allievi rispetto il resto della Slovenia. In mancanza di insegnanti di italiano le dirigenze si sono preoccupate poco di chi insegna(va) questa disciplina. Per ultimo poi forse sarebbe necessario parlare di programmi, di libri di testo, ma ce ne sono di ottimi in commercio… Del resto i risultati sono sotto gli occhi di tutti e anche i genitori sono scontenti. È tutt’altro che eccellente la conoscenza della lingua italiana una volta conclusa una scuola italiana. Anche qui entrano in ballo i nostri politici. Ed ho l’impressione che ci diamo il martello sulle dita. Le analisi dei nostri esperti e dei nostri consulenti ci sono ma i risultati no e la lingua è veramente buona in pochi casi. Anche nelle nostre istituzioni probabilmente le dirigenze si impegnano poco su questo fronte. E mi sorgono spontanee queste domande: che siano bassi gli obiettivi linguistici della scuola italiana in Slovenia in generale? che il destino di questa lingua sia lasciato all’unica responsabilità dell’insegnante di italiano? Credo che altrettanto succeda nella nostra facoltà, nel dipartimento di italianistica, che a onore del vero è facoltà di lingua italiana in paese straniero. Ma i loro diplomati, abilitati poi anche all’insegnamento dell’italiano, possono garantire la mediazione e l’insegnamento o l’uso di una buona e corretta lingua italiana?

Mi sorge “spontaneo” un pensiero: tutti abbiamo carenza di alunni, di studenti. Tutti vorremmo avere classi piene, garanzia del nostro posto di lavoro. Abbiamo forse spalancato le braccia a tutti? Ci siamo adattati alla poca qualità dei nostri risultati? Siamo diventati TUTTI buoni e meno severi? O soltanto è più facile su questo altare sacrificare la lingua italiana? Come pretendere che un ragazzo, un giovane che si fida di quanto ha appreso a scuola o all’università si renda conto che invece ha appreso in modo insufficiente se non errato? Forse è giunto il momento di una riflessione. Se è positiva la risposta alle domande precedenti è urgente risedersi intorno ad un tavolo e rianalizzare le decisioni.

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