Testimoni dell’Olocausto a Palazzo Gravisi

La Comunità degli Italiani “Santorio Santorio” di Capodistria ha ospitato Oleg Mandić e Marta Peljhan, sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti e testimoni diretti degli orrori dell’Olocausto. L’incontro è stato organizzato in collaborazione con l’Associazione antifascisti, combattenti per i valori della LLN e veterani di Capodistria.

Ieri, in commemorazione della GDSCN0384iornata della Memoria per le vittime dell’Olocausto, si è svolto presso Palazzo Gravisi, sede della Comunità degli Italiani “Santorio Santorio” di Capodistria un intenso incontro moderato da Claudia Raspolič, giornalista di TV Capodistria. Protagonisti due sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti: Marta Peljhan originaria di Šturje e Oleg Mandić originario di Abbazia, il quale ieri ha anche presentato il suo libro “L’ultimo bambino di Auschwitz”. L’incontro è stato aperto da Mario Steffé, Presidente della Comunità degli Italiani di Capodistria, che dopo aver ringraziato le autorità presenti, tra cui Marijan Križman, Presidente dell’Associazione antifascisti, combattenti per i valori della LLN e veterani di Capodistria, Fulvio Richter, Presidente della CAN di Capodistria e Felice Žiža, vicesindaco di Isola, ha presentato il documentario “Povratak posljednjeg” (Il ritorno dell’ultimo) di Igor Paulić, dedicato alla tragedia vissuta Mandić.

 

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Palpabile la commozione sia nel pubblico in sala sia nei testimoni diretti della tragedia dei campi di sterminio, i quali ricordavano come fosse ieri le tragedie vissute. Oleg Mandić, deportato a 11 anni, ha raccontato che la prima volta che è ritornato ad Auschwitz, vedendo due uccellini che bisticciavano ha realizzato che in otto mesi di Auschwitz non aveva mai visto un uccello, infatti, dice Oleg: “gli uccelli non sono tanto stupidi da vivere dove non si vede il sole e dove l’aria è talmente putrida e la mano ti sembra unta dall’aria proveniente dai cadaveri arsi.” Marta Peljhan, rimasta due mesi nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück e poi trasferita nel campo di lavoro di Buchenwald, ha condiviso con la platea sia l’orrore di dover ogni giorno andare fuori a fare l’appello e vedere tutti quelli che erano morti durante la notte buttati dietro la porta sia la tristezza provata quando decise di portare una palla ad un lager di bambini e vide “questi bambini piccoli che erano tutti vestiti in grigio…erano come dei topolini”. Marta ha però voluto condividere anche la gioia provata nell’essere riuscita a tornare a casa, dove ormai non l’aspettavano più, in tempo per il suo compleanno.

 

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