18-05-2026. Se l’orefice Renato Chicco dovesse riassumere il suo mestiere, userebbe probabilmente tre parole: alchimia, tempo e sostanza. La prima rappresenta la tensione per trasformare una cosa non nobile in qualcosa di prezioso, il secondo è ineludibile a ciascun processo creativo, la terza, infine, racchiude tutto il sapere necessario per comporre leghe e per lavorare la materia. L’artista e artigiano, triestino ma con origini isolane, ha raccontato il suo percorso a Palazzo Manzioli, dialogando con la coordinatrice culturale della CAN di Isola Kim Jakopič e con la collaboratrice professionale Martina Gamboz.
Nato nel 1952 e cresciuto lontano dall’Istria a causa dell’esodo della sua famiglia, per Chicco l’invito a Isola ha avuto il sapore di un ritorno a casa, dopo tanto tempo. Ha studiato presso l’attuale Liceo Artistico di Trieste e nei suoi primi anni lavorativi è stato un architetto. Si è interessato all’oreficeria da autodidatta e ha costruito la sua bottega pezzo per pezzo, dapprima in un piccolo laboratorio nella città vecchia di Trieste, poi espandendo la sua fama fino a lavorare per le grandi mostre di Palazzo Grassi a Venezia e della Peggy Guggenheim Collection. Risalgono agli anni Novanta le prime riproduzioni di gioielli ispirati alle civiltà antiche, quali Longobardi, Maya, Egizi, Etruschi e Daci, e in quel periodo il suo laboratorio arrivò ad ospitare sette persone.
Alla serata, che ha riunito pubblico e rappresentanti della CNI, era presente anche Sandra Kocjančič, artista e artigiana isolana che ha condiviso con Renato Chicco i primi anni della sua attività creativa. Con lui condivide soprattutto la visione del gioiello come ricerca originale e non come serialità. Lei, ad esempio, per comporre e intrecciare una sua collana può impiegare anche un mese. La serata si è chiusa con una piccola esposizione delle creazioni dei due artisti, con i vini della famiglia Zaro e con la musica del gruppo “Saxes”.
Testo: Mariangela Pizziolo
Foto: Tea Brenko

